Fabrizio Prevedello
   
  Fabrizio Prevedello  

P.Q.R.  Monte Corchia
primo innesto

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  In una vecchia segheria hai trovato una lastra di raro marmo nero: è stato questo l’incipit del progetto Rendere parole alle parole?

Era tra i rovi, questa lastra di nero del Belgio, di cui ho sempre sentito la “sete”. L’ho portata in studio e ne ho tratto una sorta di grafia, un segno rarefatto che acuiva un’ipotesi cui avevo già lavorato. Ho voluto una forma lontana da qualsiasi riferimento fitomorfo o simbolico.
L’ho innestata, tarsia unica, sul pavimento in cemento dello spazio Mars a Milano, ma il marmo così lucido sembrava legno o plastica: allora l’ho diviso in sei sezioni. Volevo manifestarne la natura e la genesi manuale per creare un movimento anacronistico: uno iato tra il tempo dell’industria e della standardizzazione e quello del lavoro di un tempo. Da qui è nato il progetto, in corso, Rendere parole alle parole.
 

Dal Corchia alle Marmitte dei Giganti
secondo innesto

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  In questo work in progress stai scrivendo un’elegia differenziale tra le montagne, restaurando il rapporto dell’uomo con la natura e i suoi tempi: come stai vivendo questa sfida?

Con la forma in marmo nero ho raggiunto una cava di Fior di Pesco, un marmo dal piglio barocco che avevo già usato. Ho iniziato a scavare una parete e ho collocato la grafia in quello che, fino a cento anni fa, era il cuore di una montagna. È stato a quel punto che ho deciso, con il Fior di Pesco, di realizzare la stessa forma per portarla in un’altra montagna ricca, invece, di Bardiglio.
Dopo tre giorni sono sceso a valle portando con me questo marmo per un nuovo gesto alle Cervaiole. Il progetto toccherà altre cave e si concluderà in Belgio dove tutto idealmente è iniziato. In una cava di nero farò un innesto di Statuario per riunire in uno spaziotempo i due marmi per eccellenza della scultura.
 

Dalle Marmitte dei Giganti alle Cervaiole
terzo innesto            

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  I tuoi innesti hanno come teatro cave abbandonate, raggiungibili dopo ore di cammino, potrebbero restare nascosti o essere distrutti: contraddicono quella plastica che proprio da qui ha tratto le sue carni. È una forma di riassestamento?

Ogni innesto è documentato da video, mappe e immagini, ma io desidero restituire alla generosità forzata della natura un segno che la stringa in un unico atto. Ho scelto cave in disuso ma non ho pensato a una forma di protesta. Certo, a fianco della terza cava una ditta ha ripreso l’escavazione e potrebbe raggiungere il mio innesto. Un brano del mio racconto svanirebbe insieme ad altre pagine della natura: è questo a legare il tempo eterno dell’arte alla caducità del mio intervento nascosto. Non posso controllare quel tempo che nelle mie opere trasmuta, invece, in attenzione.

(tratto da un'intervista di Luisa Castellini, Espoarte #68, gennaio 2011)
 

Longarone
quarto innesto

   
 
  Fabrizio Prevedello ©2012
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Cardelli e Fontana artecontemporanea
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